La possibile “triplete” dell’Ivano da Marghera
Bordon ai Mondiali in Sudafrica a caccia di un primato unico. Ricordando i suoi esordi
Nessuno, in Italia, come Ivano Bordon da Marghera. L’unico ad aver vinto due Campionati del Mondo: da calciatore nel 1982 in Spagna e da preparatore dei portieri, come assistente di Marcello Lippi, a Germania 2006. E pronto a ripetere l’esperienza e cercare un clamoroso tris nella nuova avventura iridata in Sudafrica.
«Anche se continuo a ricordare con emozione un altro Mondiale dove avremmo meritato migliori fortune – dice Bordon – Argentina ’78, una grande nazionale quella di Bearzot. Se abbiamo vinto quattro anni dopo è anche per le basi gettate in Sudamerica».
Ostenta la sua “erre” margherina che quasi 50 anni di girovagare non hanno scalfito e che riemerge orgogliosa dopo qualche minuto di chiaccherata. Ivano è uno dei più grandi portieri italiani di sempre, patrimonio di più generazioni di interisti in particolare. Lui è classe 1951, nato nel quartiere urbano di Marghera. Dove ha escluso via via gli altri sport da praticare ed ha capito, dodicenne, che nel calcio gli piaceva il ruolo dell’eroe in porta, solo contro tutti.
Si ricorda dove ha cominciato?
«Il nome? Faccio fatica a ricordarlo, ma solo quello. Ho ricordi indelebili di quell’oratorio a Marghera, con il patronato vicino al cinema. E poi, più grandicello, il peregrinare per poterci preparare. Ci allenavamo vicino alle fabbriche della zona industriale».
Sforzi la memoria: cinque campi del veneziano che ha calcato da esordiente.
«Prima di tutto il “nostro” Federale di Spinea, dove giocavamo le partite casalinghe con la Juventina Marghera. Poi ricordo Campagna Lupia, Favaro, Mirano, Dolo».
Il primo campo da undici?
«Campo è un po’ riduttivo: il mio esordio è stato direttamente allo stadio Penzo a Sant’Elena. Avevo 14 anni, nell’aprile del 1965, prima di un Venezia-Modena di serie B. Era una di quelle partite di calcio giovanile che fanno da aperitivo alle gare ufficiali, dove il pubblico da curve e tribune guarda con poca attenzione. Ma mi sentivo tutti gli occhi addosso. Che emozione!».
Chi ha creduto per primo nel giovane Ivano?
«Avevo 12 anni e mi allenavo con la Mestrina. Elio Borsetto è il tecnico che più mi ha spronato, seguendomi anche quando ho fatto Allievi e Juniores con la Juventina (confluita dopo pochi anni nell’attuale A.S. Marghera, ndr). E fu in quella stagione che emerse la possibilità, dopo essere stato visionato, di fare il provino con l’Inter a gennaio del 1966».
La stagione successiva, Ivano Bordon era un tesserato della formazione nerazzurra, nel Settore Giovanile della Grande Inter di Helenio Herrera.
Mai pensato, da ragazzo, di fare un altro mestiere?
«No, anche se all’inizio è stata tanto dura. Il salto da Marghera a Milano, il vivere in un pensionato, il trovarmi veramente da solo. La passione e la voglia di calcio mi hanno spinto a finire la scuola e a farmi iniziare la carriera».
Il trasferimento in Lombardia, dove tuttora vive, ha assottigliato le sue amicizie? Torna mai a Marghera?
«Ho sempre meno occasioni di tornare. A Marghera ho una sorella di mio padre, suo marito e tre cugini. Ma amici purtroppo no, sono 45 anni che sono venuto via e dal punto di vista delle conoscenze si sentono tutti».
L’epica serata dell’Inter a Berlino contro il Borussia Moenchengladbach, quando neanche ventenne parò tutto – anche un rigore – la considera la sua partita migliore e la sua più grande emozione sportiva?
«È una grande emozione, anche se ho avuto la fortuna di viverne altre di enormi. Esordire nell’anno dello scudetto del ’71, dove abbiamo rimontato 7 punti al Milan; averne vinti altri, essere diventato Campione del Mondo con la Nazionale sia da giocatore che da assistente tecnico. Davvero tante belle avventure».
Stefano Pittarello
