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L’uomo-coccodrillo

“Ed è arrivato così: il corpo ormai del tutto affondato, la bracciata sempre più lenta e pesante, le gambe con le lunghe pinne ormai si muovevano appena, le energie andavano spegnendosi…”.
Una radiocronaca epica. Quella che 35 anni fa documentò lo sfinimento di un atleta d’acciaio soprannominato “Il Coccodrillo”, dopo aver raggiunto e completato quanto si era prefisso. Per Paolo Donaggio, in quel caso, si trattava dell’arrivo in Bacino San Marco a Venezia, nella sua Venezia. Dopo 60 ore consecutive di bracciate nel Mare Adriatico, dall’allora Yugoslavia alla Laguna in acque infestate dalle meduse. Senza sapere mentre nuotava che la milizia slava teneva sott’occhio due squali che gli erano in scia, non troppo distanti da lui.
Donaggio a 70 anni non ha perso il gusto della sfida. Chi ha qualche capello bianco in più non ha certo dimenticato le conquiste di questo uomo d’acciaio, per il quale la distanza è un dettaglio di poco conto.
Un mito nato quasi per caso. Colpa di una sfida con il suo collega Fulvio Bergamini, quando Donaggio nuotava per i colori del Dopolavoro Ferroviario di Venezia. Una sfida che risale al 1971, in una piscina a San Donato Milanese.
«Fu molto dura – ricorda Donaggio – nessuno dei due era disposto a mollare ed in 24 ore in vasca coprimmo una distanza vicina ai 60 km. Poi i giudici dichiararono chiusa la sfida con un ex aequo».
Da quel pareggio si sono succedute tutte le maratone affrontate dal nuotatore veneziano in mare e non solo. Imprese al limite delle capacità umane. A cominciare da quella a cui resta più affezionato.
«83 ore di nuoto continuo da Pavia a Venezia lungo il fiume Po nel 1973. Tre giorni e mezzo di bracciate senza sosta, percorrendo circa 420 km. È difficile scegliere, ma se ne devo indicare una penso proprio alla più lunga».
Per lui, in effetti, c’è l’imbarazzo della scelta. In quarant’anni abbondanti di onorata carriera si è costruito un palmares assolutamente singolare. Non si è fatto mancare nulla.
Fra il 1971 ed il 1978 il suo periodo migliore, con la conquista del titolo di Campione Mondiale di maratona di nuoto per la World Professional Marathon Swimming Federation.
Dopo la traversata del Po, nel 1974 si dedicò alla traversata in solitaria del Lago di Como: 135 km coperti in 36 ore. Sempre in quell’anno tentò la Mazara del Vallo-Tunisi che non fu completata a causa del mare a forza 7. Quindi nel 1975 la traversata dell’Adriatico da Pola a Cervia, fino ad allora una classica dello sci nautico: 160 km. percorsi in circa 55 ore. L’anno dopo teatro dell’impresa il Mar Ligure con la traversata da Montecarlo a Genova di 185 km. Nel 1977 il ritorno in Adriatico, compiendo in un giorno e mezzo i 109 km che separano Trieste da Venezia. Un’ora in meno la impiegò nel ‘78 per raggiungere Portorose da Venezia dopo una nuotata di 140 km.
Cosa è cambiato in tanti anni di tentativi estremi? «L’assistenza c’era anche una volta – spiega Donaggio – ma non era studiato nei particolari il rifornimento del cibo. Soffrivo ad esempio tantissimo di acidità perché non digerivo o prendevo cose che non andavano bene. Ho fatto la Chioggia-Venezia a 66 anni con alimentazione studiata per queste imprese e l’ho portata a termine senza problemi. E poi la preparazione: 30-40 anni fa si andava di più allo sbaraglio».

Le radiocronache d’epoca raccontavano come l’Ironman veneziano si nutrisse “mangiando filetto crudo, cioccolato e glucosio”. E che “percorreva quasi 500 km in 4 giorni e 3 notti senza dormire nè appoggiarsi mai ad un’imbarcazione, urlando e piangendo dalla fatica e dal dolore alle mani ed ai piedi”.
Imprese datate? Donaggio è nato per stupire. E così, nel 2006 riprende una preparazione ad hoc ed in meno di 8 ore copre i 30 km dello specchio d’acqua da Chioggia a Venezia. E tra pochi mesi riparte l’avventura.
A ottobre “nuoterà” la Venicemarathon, seguirà cioè il percorso da Stra a Venezia lungo il corso del Brenta sfociando con il fiume a Fusina ed attraversando quindi la Laguna per arrivare a Riva Sette Martiri in Bacino San Marco. Da marzo si allena in piscina. Da maggio sfrutta la “palestra” che a lui più piace: il mare aperto. Il suo habitat.
Stefano Pittarello

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