Man on the river
Cinquemila e duecento. Tanti sono i chilometri da percorrere lungo i fiumi d’Europa, da Londra a Istanbul, in 5 mesi di navigazione in barca a remi. Questa è l’esperienza che Giacomo Di Stefano e Jacopo Epis vivranno dal 15 aprile, un’avventura che non vuole essere una prova di forza, una prova di resistenza, ma semplicemente “un modo per risvegliare l’attenzione nei confronti dei fiumi, abbandonati o peggio ancora violentati dall’uomo, e per ricondurre la dimensione della vita umana verso ritmi più sostenibili, a partire dal turismo”.
Giacomo, come ti è venuto in mente di affrontare un’esperienza del genere?
«Non sono nuovo a questo tipo di iniziative, già anni fa ho risalito il Po, per viverlo, ascoltarlo e scoprire i suoi luoghi più nascosti. Ho deciso nel 2005 di abbandonare la mia vita “normale”, che pure tanto normale non era, visto che ho lavorato allo sviluppo di layout per i negozi Benetton in Spagna e, successivamente, nel mondo dell’Arte grazie all’amicizia con il cestista Ivan Gatto (trevigiano, in forza a Veroli in Legadue, ndr): sempre Roma-New York avanti-indietro, finché ho capito che intraprendere un percorso di decrescita era l’unico modo per sentirmi in pace con me stesso e con ciò che mi circonda».
E quindi una volta lasciata la tua vita di sempre…
«Ho scelto di fare ciò che più mi piaceva: scoprire la montagna, camminando lungo i percorsi più affascinanti per mesi, magari lavorando qua e là presso amici e conoscenti per mantenere la mia passione».
Una scelta fortemente individuale, quindi.
«Nient’affatto: il mio è un impegno del singolo portato a sistema, che attraverso le buone relazioni attiva un meccanismo di “shareware” pressoché totale, in cui condividi, scambi e grazie ad una serie di relazioni solidali vere e vicine migliori la tua e l’altrui vita. Io sono solo uno dei membri di questo progetto “BeWater”: siamo in 15, certo solo io vivo in questo modo, ma tutti siamo impegnati in maniera gratuita ad alimentare questo progetto che è soprattutto culturale e che si sostiene grazie ai suoi stessi progetti. E tutti promuovono una “vita lenta”, rispettosa dell’ambiente, dell’acqua e dei territori».
In pratica non si tratta, dunque, solo di un’impresa fine a se stessa, per sfidare i propri limiti.
«Anzi, il nostro scopo è quello di trasmettere un pensiero, di condividerlo: nell’esperienza “man on the river” saremo continuamente monitorati, racconteremo nel nostro sito in tempo reale con foto e racconti gli incontri e la nostra esperienza. Volendo potete monitorarci via web e contattarci via mail per “incontrarci” lungo il nostro percorso».
Pensate di contagiare le persone in questa vostra visione?
«Certo che sì, anzi ora più che mai bisogna essere “dolcemente aggressivi” per sdoganare questi nuovi stili di vita, per uscire dall’autocompiacimento, dal buio dei nostri tempi».
Non si rischia così di diventare dei personaggi che vanno oltre il messaggio che si porta?
«E’ un rischio che a volte si corre, infatti. Però non accetterei mai di diventare “personaggio”. Anche rinunciando a una fetta di popolarità si rimane liberi e padroni della propria idea. Nel momento in cui scendi a compromessi hai già perso, rientri nel cosiddetto sistema, e se te ne tiri poi fuori rimani comunque delegittimato».
In questo viaggio siete in due…
«Ci conosciamo da 15 anni – esordisce Jacopo Epis – giocavamo a basket insieme a Santa Marta nei tornei amatoriali, ci chiedevamo come fare a cambiare vita, a cambiare marcia, sognavamo scenari nuovi e diversi. Con Giacomo ci siamo poi persi di vista, io ho avviato una cooperativa “Acqua Altra” che opera nel sociale a Venezia e ho scoperto la sobrietà grazie soprattutto alle letture di Rigoni Stern. Ho eliminato tutte le cose superflue dalla mia vita, l’auto in primis. Un anno fa Giacomo mi ha parlato di questo suo progetto e mi sono reso imediatamente disponibile a partire con lui. Fisicamente sono preparato alla cosa, ho sempre affrontato sfide con me stesso, ho partecipato pure alla Venicemarathon con la bandiera della pace sulle spalle».
Ma come sostenete i costi di questa avventura?
«Rinunciando a tantissime cose, soprattutto ad avere una vita privata, affetti e soldi – riprende Giacomo – e soprattutto attraverso dei partner che ci forniscono strumenti per affrontare il viaggio. Ancora a gennaio 2010 non sapevamo se ce l’avremmo fatta perché il costo base è di minimo 10-12 mila euro. Poi per fortuna ci sono le relazioni, le amicizie».
Sono entrambi perfettamente sereni e coscienti di ciò che stanno per affrontare, Giacomo e Jacopo, e tutti e due hanno una gran voglia di raccontare non tanto le loro imprese, quanto il pensiero che vogliono promuovere. Nelle tre ore in cui siamo stati insieme non hanno mai lesinato disponibilità, non hanno mai controllato l’orologio, raccomandandosi di raggiungerli in una delle tappe della loro avventura, on line su www.manontheriver.com.
David Marchiori


