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Luca Tosi “Oceano Atlantico, amico mio”

«Credete nei vostri sogni e provate a realizzarli, la fortuna esiste e aiuta gli audaci».
Parole di Luca Tosi, velista ventitreenne che nel settembre 2009, da solo, senza assistenza e senza poter comunicare con la terra, si è trovato su una barca di poco più di sei metri ad affrontare l’Atlantico. Partito da La Rochelle, in Francia, è arrivato in Brasile a Salvador de Bahia dopo 21 giorni e 19 ore di sofferenza, fatica e angoscia, ma anche di entusiasmo e adrenalinica euforia. Questa è la Minitransat, regata per spericolati (aperta a sole 84 imbarcazioni selezionate) che esperti di vela definiscono “pazzi scatenati”. Una gara in cui l’arrivo in Brasile è l’atto finale di una catarsi che vede il mare spremere i concorrenti portandoli agli estremi, sia fisicamente sia psicologicamente. Creata nel 1977 dall’inglese Bob Salomon in risposta al gigantismo finanziario delle regate transoceaniche, rappresenta la possibilità di confrontarsi a budget contenuti col durissimo banco di prova dell’oceano Atlantico.
Settemila e 800 chilometri (4.200 miglia) dal porto di La Rochelle in Francia e, come dicevamo, arrivo in Brasile. Durata media dai 25 ai 30 giorni. La Minitransat viene definita un sogno, una sfida, l’avventura da pazzi di barche come gusci di noce in mezzo a onde grandi come colline.
Dopo il tragitto La Rochelle-Madeira, alla partenza dall’isola portoghese Luca ha innanzi a sé l’oceano e abbandona le sicurezze della terraferma, per abbracciare il destino del marinaio tra calcoli sugli alisei (i venti della fascia tropicale) e il pensiero rivolto a luoghi di acqua e cielo, dove gli eventi atmosferici sono l’unica cosa per cui ricordarli. Come il cosiddetto “pozzo nero delle calme equatoriali”…
Luca, come era lo stato d’animo alla partenza da Madeira?

«Provavo una strana tensione, una sorta di timoroso rispetto nei confronti dell’ignoto, la mia mente era per lo più impegnata ad analizzare le condizioni atmosferiche che mi sarei trovato ad affrontare».
 Dal racconto che ha fatto al suo arrivo abbiamo visto che in effetti non sono mancati i momenti difficili…
«Sì, alla prima sera, tra il freddo, la pioggia e la tensione, mi ha preso il mal di mare. Andavo di bolina e dovevo fare il matossage, cioè spostare tutta la roba da una parte all’altra a seconda dell’inclinazione della barca, ogni due taniche una vomitata…».
Tuttavia il momento più duro, forse, è stato dovuto alla rottura dello spinnaker (la grande vela anteriore).

«È così, di notte, un risveglio da film dell’orrore. Ho sentito sbattere e ho trovato lo spi appallottolato in un inestricabile groviglio. Con una pila sono stato mezz’ora sull’albero, a 12 metri d’altezza a sbattere come un sacco senza ottenere nulla. Una cosa che mi ha fatto crollare anche moralmente. L’aumento del vento ha risolto la questione a modo suo, lacerando tutto».
Poi però è tornata la voglia di navigare.
«Sono uscito dalla mentalità della competizione e ho gareggiato per me stesso. Ho ritrovato la serenità. Ero quinto, sono arrivato diciottesimo, un risultato più che soddisfacente».
È giunto alla fine di una regata in cui velisti esperti sono rimasti spiaggiati, uno è arrivato con una grave infezione ad un occhio, altri si sono ritirati o sono addirittura affondati. Una regata così dura, come mai l’ha voluto vivere ad una così giovane età?
«Forse perché proprio a quest’età si ha bisogno di mettersi alla prova, di dimostrare al mondo qualcosa…. per così dire è come partire ragazzo e tornare guerriero…».
A un anno di distanza cosa le resta di questa esperienza?
«Un sacco di belle e formative esperienze, molti nuovi amici, un me stesso un po’ diverso».
Dopo avventure così estreme tornare alla vita normale è più rilassante o più frustrante?
«Mah… quando sono tornato la prima cosa che ho notato è stato un vuoto».

Cosa farà da grande?
«Non ho ne fretta né voglia di diventare grande».

M.P.

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