Bolivia – Due ruote sul deserto di sale
Mille chilometri in bici per il paese più povero del Sud America. Marco Filippetto è partito da Mestre il 29 novembre scorso e vi ha fatto ritorno alla vigilia di Natale. Dopo 22 giorni in solitaria per la Bolivia, attraversando scenari incredibili, incontrando situazioni per noi lontane e soprattutto pedalando per circa un migliaio di chilometri su terreni di tutti i tipi a quasi 4000 metri di altitudine.
Marco, cosa rimane “dentro” dopo un viaggio di questo tipo?
«Sicuramente emozioni estremamente intense e che lasciano dei segni indelebili nello spirito e nel corpo. L’altopiano a 3700 metri di quota, fatto di terre brulle in cui la popolazione vive di pochissimo, offre degli spunti di riflessione unici. Poi un mezzo come la bicicletta ti mette a duro contatto con la realtà perché devi letteralmente passare attraverso le situazioni quotidiane. Mi sono immerso nella vita di tutti i giorni dei villaggi in cui il livello di povertà e le condizioni di vita sono veramente difficili, però ho sempre trovato persone disponibili e disposte ad aiutarmi qualora ne avessi bisogno».
Quali sono state le tappe più significative del tour boliviano?
«Senz’altro un luogo che mi ha colpito è il Salar de Uyuni, il più grande deserto di sale del mondo, una distesa che ti proietta in una dimensione senza tempo, in una situazione fantastica che mette serenità, ma anche ansia e paura. Ho provato a pedalare per alcuni secondi a occhi chiusi… niente di più facile in un posto in cui non ci sono ostacoli, non ci sono pericoli… non ci sono limiti! Eppure la sensazione inizialmente di libertà si è trasformata in angoscia, quasi mancasse il fiato. Un’esperienza spettacolare in grado di suscitare emozioni contrastanti».
Non saranno mancati alcuni momenti di difficoltà.
«Ricordo un episodio in cui pedalavo per la pampa, volevo attraversare un ruscello ma improvvisamente la bici è sprofondata con me sopra per almeno un metro, quasi a livello della sella. Sono stato inghiottito da una poltiglia unica di fango, catrame e sale. In un istante mi hanno assalito panico, ansia, frustrazione e il morale mi è caduto a picco. Mi sono fatto forza e sono ripartito».
C’è stato un contatto umano che più di altri ha lasciato il segno?
«Sicuramente quello coi minatori di Potosì. Ho fatto una visita alle miniere e mi hanno portato giù con loro a -60 metri. Mi hanno vestito di tutto punto, invitato a comprare qualche genere di conforto da regalare ai minatori (alcol, sigarette, liquore, bibite, foglie di coca…) e poi è iniziata la discesa “agli inferi”. Cunicoli stretti e polverosi dove per alcuni tratti occorre strisciare inginocchiati per terra. All’inizio manca il respiro e scoprire che ci sono persone che passano lì 8, 12, anche 24 ore mette i brividi. Niente norme di sicurezza, niente gallerie di sfogo, niente ascensori o scivoli, in certi antri bui si scorgono minatori in pausa che nell’oscurità più totale trascorrono i loro momenti di “relax”. È cosi che molti lavorano fino a 24 di fila lì sotto, come ad esempio Don Basilio, un ragazzo 39 anni, che alla luce della pila ne dimostrava almeno 50».
Oggi ripensando alla Bolivia quale immagine ritorna subito in mente?
«Se chiudo gli occhi mi tornano in mente i colori intensi, soprattutto quel cielo incredibile, ma l’immagine che rivedo sempre è quella dei volti dei bambini boliviani che, pur vivendo nel paese più povero del Sud America, non nascondono mai un sorriso di felicità e tanta voglia di vivere».
Marco Parente
